Come applicare la Zona Franca?

 

Partendo appunto dal presupposto che parlando di zona franca parliamo di zona franca integrale e zona franca al consumo è doveroso chiarire quale sia la formula più corretta di applicazione anche considerando l’aspetto temporale.

Per fare questo è necessario premettere che la zona franca implica automaticamente l’istituzione di un ente di riscossione regionale (Agenzia per le Entrate della Sardegna) per le tasse e le accise che, anche se in forma ridotta, sono da applicare su base comunale e regionale ai prodotti che in regime di zona franca sono esentati da IVA e accise finora incassate dallo Stato Italiano. Inoltre è anche da aggiungere che la Regione Sardegna secondo statuto speciale regionale (Art. 8) ha un regime di compartizione erariale con lo Stato Italiano. 

La Regione Sardegna “vive” a riguardo delle entrate erariali 2012 soprattutto (80%) di IRPEF (tasse dirette sui guadagni) per 2,015 miliardi di Euro, di IVA (tasse indirette sui consumi) per 1.968 miliardi di Euro, IRAP (varie tasse sulle aziende) per 647 milioni di Euro e dell’imposta di fabbricazione per 628 milioni di Euro (ma che è invece che sul fabbricato assurdamente solo sul consumato del fabbricato). Ci sono inoltre assegnazioni statali per 320 milioni di Euro e fondi dell’Unione Europea per 108 milioni di Euro. Con queste entrate la Regione Sardegna paga tutte le spese della sanità sarda, finanzia i trasporti pubblici, gli enti e le agenzie regionali e “investe” (purtroppo) o nel sistema occupazionale secondario (facendo esplodere ancora maggiormente i costi della pubblica amministrazione e della sanità) o con aiuti situativi per aiutare molte volte chi ormai è completamente fuori mercato ma assicura una base elettorale. 

L’argomentazione di alcuni politici con il solito opportunismo elettorale che la zona franca al consumo non costa nulla, poiché lo Stato Italiano ci rende ugualmente il 9/10 dell’Iva, poiché questa si calcola su base nazionale, è un discorso senza una sua logica, proprio perché per attuare la zona franca, è indispensabile avere una riscossione regionale e quindi poter “contare” esattamente le entrate erariali. Pensare di ricevere poi regali dallo Stato Italiano dopo anni di “fregature” prese dai politici sardi, incapaci o complici, nel trattare con lo Stato, è di un’ingenuità indicibile.

È quindi necessario un’operazione difficile ma possibile di “cambio ruota in viaggio” sempre dichiarando la verità al popolo, iniziando un percorso quindi di politica responsabile e trasparente, finendola con gli annunci e le promesse, che squalificano la politica in modo sempre più irreparabile.

La prima fase dell’applicazione della zona franca deve prevedere la zona franca doganale che diventerebbe poi extradoganale azzerando con ogni mezzo tributario disponibile ogni imposta per le aziende per creare occupazione il più presto possibile. 

Contemporaneamente riducendo la burocrazia, risparmiando evitando gli sprechi nella pubblica amministrazione e cercando di scoprire l’evasione fiscale tramite un assetto comunale dell’ARASE è possibile risparmiare quelle entrate IRAP (650 milioni di Euro circa) che all’inizio si perdono azzerando le tasse per le aziende.

Dopo solo uno o due anni, se la zona franca è messa in mano a gente capace (a Tangeri sono stati creati 95'000 posti di lavoro in 2 anni), si può cominciare con la fase della zona franca al consumo, a tagliare quindi l’Iva e le accise sui prodotti in vendita di pari passo all’aumento delle tasse dirette provenienti dalla maggiore occupazione creata. Questo crea un circolo virtuoso con un effetto di accelerazione economica, sempre se si è fatto quanto sotto.

Questi due anni prima di cominciare ad applicare la zona franca al consumo, infatti, devono servire a tappare i buchi della pentola sarda. Ogni “mettere in tasca al cittadino” soldi che lui spende nel tessuto produttivo continentale e non sardo è una fuoriuscita d’acqua dal buco della pentola e non ha alcun effetto per creare quel circolo virtuoso descritto sopra.

Un’eccezione nell’ambito della zona franca al consumo “ritardata” sarebbe economicamente fattibile e sensata, ovvero togliere le accise agli idrocarburi, portando la benzina e il gasolio a poco più di un Euro. Questo cercando di coprire le minori entrate o con i metodi sopra (gli sprechi in Sardegna sono maggiori di quanto non si creda) o ritrattando con forza la questione delle imposte sulla fabbricazione degli idrocarburi (al consumo invece che alla produzione) o detraendo la rata della vertenza entrate che lo Stato Italiano dovrebbe pagare alla Regione Sardegna prima di rimborsare le compartizioni allo Stato.

Questa eccezione sarebbe positiva perché comporterebbe a una riduzione dei costi di gestione di aerei e traghetti agevolando la messa in pratica dei punti di programma sui “Trasporti e la continuità territoriale” supportando cosi la ripresa del settore turistico. Inoltre, se proprio si vuole essere perfetti, anche da un punto di vista prettamente teorico, la detassazione sugli idrocarburi si può definire come sconto e “rimborsarla” in voucher da “spendere” solo nel ciclo produttivo sardo. Da un punto di vista pratico, non ce ne sarebbe bisogno.

Sono invece indispensabili per l’applicazione della zona franca altre tre cose:

Per prima cosa le “aree” franche nei pressi dei porti sono da differenziare, perché ogni zona ha una sua specificità e ha bisogno di uno sviluppo sostenibile consono alle prerogative che esistono in loco e nel rispetto delle volontà del popolo che vive in quelle zone. La zona di Porto Torres non è paragonabile a quella di Arbatax, i modelli di sviluppo e gli insediamenti industriali devono essere differenti.

Poi è una responsabilità politica rendere attraenti da un punto di vista infrastrutturale, culturale, edilizio e di qualità della vita le zone interne della Sardegna per evitare che tutto lo sviluppo si accentri nelle zone litorali aumentando invece che diminuire quell’effetto ciambella che sta spopolando la Sardegna interna.

Per ultimo è fondamentale incoraggiare l’insediamento delle aziende in modo eterogeneo, bilanciando tra ditte che creano molta occupazione, ma non rappresentano “l’avangarde” tecnologica, e quelle che creano meno occupazione, ma assicurano a lungo termine lo sviluppo economico più durevole. Mai poi, come si è fatto in passato, concentrarsi solo su un settore industriale, che se poi in crisi, colpisce tutta la regione. Evitare ad ogni modo di contaminare con la scelta delle ditte sbagliate (ad esempio inquinanti) il substrato ambientale che è invece la base per altri settori produttivi dell’isola come sono il turismo o l’agroalimentare.

Chi crede che i politici attuali siano in grado di realizzare quanto sopra li voti (ma con quale fiducia vedendo cosa hanno fatto?), chi non lo crede voti persone nuove, con le giuste competenze e quindi credibili. Ci sono molti sardi, giovani e non, che non hanno fatto parte della classe politica inconcludente del passato, sempre pronta a preporre gli interessi propri a quelli di un popolo, o hanno lasciato la politica indignati per non essere collusi da questa.

Bisogna trovarli, responsabilizzarli, candidarli, votarli e aiutarli. Per il bene di un’isola baciata dal sole….

FACEBOOK - GIGI SANNA PRESIDENTE