Rivoluzione della formazione scolastica e professionale

La vera guerra tra popoli che è silenziosamente in atto è la guerra del sapere. E noi la stiamo perdendo!

Le nazioni che non possiedono ricchezze naturali (peraltro non infinite) o non hanno una massa operaia poco costosa che possa permettere di produrre e vendere con successo prodotti di basso contenuto tecnologico (anche questo però solo possibile finché le ambizioni salariali dei lavoratori non crescono) sono “condannate” a misurarsi sul campo del sapere. Il quale nella sua forma economicamente più opportuna si trasforma nell’ambito di un’azienda X in brevetto, in tecnologia, in prodotto con caratteristiche uniche di qualità o di convenienza tali da giustificarne un prezzo relativamente alto in rapporto ai costi di produzione.

Poi altri attori sul mercato (oggi in gran parte situati in Asia) tenteranno di copiare quella tecnologia e costruire lo stesso prodotto a costi minori vendendolo a prezzi più bassi dell’originale, conquistando cosi il mercato. L’azienda X tenterà di competere abbassando i prezzi ma a un certo punto non potrà vendere a un prezzo che sia minore del costo di produzione e, quindi, o esce dal mercato o riesce a sviluppare il prodotto in una sua nuova fase tecnologica, tramite il “sapere” dei suoi “esperti”. La lotta della sopravvivenza della nostra cultura occidentale si gioca sulla quantità di “esperti” che noi riusciremo a formare nel futuro e sulla nostra capacità di società a tenere “a casa” queste eccellenze spianando loro la strada nell’ambito delle imprese.

Per questo la formazione professionale a vari livelli è fondamentale per assicurare occupazione. I dati tra occupazione e ad esempio la percentuale di persone che tra i 25 e i 64 anni ha un titolo universitario correlano.

Negli stati OCSE sulla base dei dati del 2006 i canadesi sono con un 47% quelli con il maggiore numero di persone tra i 25 e i 64 anni con un titolo di studio accademico (anche se per i paesi di cultura anglosassone avere un diploma universitario vuol dire partire dal “bachelor”). Dopo segue il Giappone (40%), la Nuova Zelanda (38%), i paesi scandinavi (in media più del 30%), Svizzera, Olanda, Gran Bretagna (30%). L’Italia è la penultima della statistica OCSE (12.9%) appena prima della Turchia (10.4%) che è in grande rimonta. La Sardegna aveva nel 2006 una percentuale di accademici dell’8.4% oggi del 10%!

Tutti quei paesi sopra che hanno un’alta percentuale di persone con formazione universitaria hanno anche un alto tasso di occupazione (dati del 2012): Islanda e Svizzera 80%, il resto sopra il 70%. La percentuale di occupazione italiana è del 57%, prima solo degli ungheresi (55%) e dei turchi (47%) e oggi anche dei greci, che hanno perso negli ultimi due anni in maniera notevole (dal 60% al 50%)! In Sardegna il rapporto tra gli occupati e la popolazione sopra i 15 anni è nel 2012 del 40.7%, con punte nella provincia di Carbonia-Iglesias del 34.1%.

Questa è la situazione in cui ci troviamo! 

A lungo termine è assolutamente necessario alzare il livello formativo della popolazione sarda canalizzando i giovani verso discipline che siano complementari all’idea di sviluppo economico che questo programma di rinascita descrive. 

Entro poco tempo è possibile usare strumenti di formazione professionale per aumentare il livello occupazionale. Se, infatti, prendiamo ad esempio la Germania e l’Austria, vediamo che le loro percentuali di laureati in rapporto alla popolazione sono solamente di 24% per la Germania e addirittura 17.6% per l’Austria. Eppure sia la Germania sia l’Austria hanno livelli occupazionali sopra il 70%. Inoltre la Germania è la nazione che pur avendo i più grandi successi industriali d’Europa, lavora con l’Olanda meno di tutti (1390 ore all’anno per occupato) contro le 2200 ore dei messicani, le 2034 dei greci o le 1750 ore degli italiani. La produttività non è correlata alle ore lavorative.

Addirittura alcune aziende tedesche che avevano dislocato la produzione in paese con costi della mano d’opera più bassi (soprattutto nell’Europa dell’Est) stanno ritornando a produrre in Germania. Il motivo principale è l’alta produttività che si basa sulle infrastrutture date dallo stato, sulla tecnologia produttiva e la sua manutenzione, ma soprattutto sulla formazione professionale specifica del lavoratore.

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