Sviluppo industriale sostenibile

Nell’ultima legislatura la Sardegna ha perso totalmente ca. 70'000 posti di lavoro, di cui la metà nel settore dell’industria (edilizia inclusa). I dati per il futuro non sono rassicuranti, anzi. I 900 dipendenti dell’Alcoa sono sempre sull’orlo del licenziamento, quelli della Carbosulcis stanno mettendo mano ai fondi per la messa in sicurezza della miniera aspettando che l’Unione Europea prenda una decisione se misure per sostenere gli stipendi siano legali o meno ai sensi delle leggi europee. E cosi per Legler, Nuova Scaini, Queen, Rockwool, società che sono solo la punta dell’iceberg del crollo del settore industriale sardo, perché la massa dei licenziamenti non sono quelli che fanno i titoli dei giornali nazionali o notizia nei talk show politici ma è lo strisciante e silenzioso morire delle piccole aziende manifatturiere e di quelle nel settore dei servizi.

I dati della Sardegna sono in relazione al numero di abitanti ancora peggiori dei dati italiani che nello stesso lasso di tempo riportano una perdita di 1 milione di posti di lavoro (il 7% dei posti di lavoro persi in Sardegna sono quindi in media quasi il triplo, presa in considerazione la percentuale della popolazione sarda, di quelli persi in Italia). 

Il declino riflette non solo gli effetti della crisi ma anche un’inadeguatezza strutturale dell’industria in Sardegna, più accentuata di quella nazionale, rispetto ai nuovi paradigmi della competizione mondiale. La ridotta dimensione d’impresa, la struttura proprietaria di tipo tradizionale, l’insufficiente dotazione di capitale umano e le vischiosità del contesto istituzionale sono come tra i principali fattori che pesano su questa
inadeguatezza.

Che la politica sarda abbia messo del suo è, sulla base dei dati sopra, fuori di dubbio. Proprio per questo le scuse del governatore attuale come di quello precedente sono prive di ogni fondatezza. Recriminare che la crisi attuale sia colpa di una crisi mondiale, europea e poi italiana è assolutamente incomprensibile, cosi come è falso addebitare, in via esclusiva, la crisi attuale a quella finanziaria iniziata nel 2008. La crisi in Sardegna è invece figlia della totale incapacità politica che ha perseguito solamente risultati a breve termine, certamente premianti elettoralmente, ma fortemente penalizzanti per l’eterna cementificazione dello status quo. Esiste quindi un “delta sardo” di crisi, rispetto al panorama europeo e italiano, le cui ragioni sono da imputare unicamente alla politica regionale sarda.

In Sardegna, in base alle stime di Prometeia il valore aggiunto del settore industriale nel 2012 si sarebbe ridotto del 4.1 per cento, dopo la flessione già registrata nel 2011. Secondo i dati dell’indagine di Banca d’Italia su un campione d’imprese industriali con almeno 20 addetti, si osserva una contrazione dell’attività industriale in regione: Il saldo tra la quota delle imprese che indicano un aumento della produzione o degli ordini e la frazione di quelle che registrano un calo è ulteriormente peggiorato nel 2012. Il calo della produzione industriale nel 2012 è del 15%, quello degli ordini nello stesso anno è del 9%, il calo delle esportazioni tra oggi e il 2008 è stato del 50%, nell’ultimo anno è risalito del 7% ma solo per l’effetto cosmetico dei prodotti petroliferi, senza quel tipo di esportazione invece è di nuovo sceso. Le ore di lavoro effettive si sono ridotte e il crescente non utilizzo degli addetti si è riflesso in un più sostenuto ricorso alla cassa integrazione guadagni. 

La capacità di esportare in settori a domanda mondiale dinamica (quali chimica e fibre, apparecchiature elettriche, ottiche e di precisione; mezzi di trasporto; informatica, farmaceutica, servizi professionali), rilevata dall’Istat come dato percentuale sul valore totale dell’export, fa registrare in Sardegna la quota più bassa d’Italia (7,7% nel 2011 contro il 29,3% nazionale). Negli altri comparti tradizionali, che costituiscono distretti industriali veri e propri (sughero e lavorazioni lapidee) l’attività è risultata in calo, più marcata sui graniti che sui marmi, ed è proseguita la fuoriuscita degli operatori dal mercato.

Le aree complessivamente più colpite dalla crisi industriale sono il Sassarese, la Sardegna centrale e in parte i SLL del Sulcis e del Cagliaritano; in Gallura l’evoluzione è stata meno negativa.

Nelle prime due aree ha pesato principalmente il ridimensionamento delle produzioni chimiche e di quelle tessili; nella Sardegna meridionale ha inciso in prevalenza la chiusura di attività nella lavorazione dei metalli e nella meccanica. I dati segnalano pochi casi di variazioni positive degli addetti nel periodo considerato, che hanno riguardato in prevalenza le aree dell’Ogliastra, dell’Iglesiente e della Gallura: in queste aree ha inciso soprattutto la crescita del comparto energetico e delle “utilities” idriche e in parte quella delle imprese meccaniche e della chimica.

Ovviamente non sfugge che il comparto energetico e delle utilities ha poco a che fare con il benessere delle imprese sarde e delle famiglie. Si tratta in realtà di settori in cui sarebbe necessario e opportuno focalizzare l'attenzione e calcolare gli effetti di politiche d’incentivazione delle produzioni energetiche per le quali i dubbi sono sempre più forti (e di questo si parlerà in un punto a parte del programma).

L’impatto della crisi dell’industria è stato complessivamente mitigato da una migliore evoluzione nel settore dei servizi; la dinamica appare tuttavia diversa sul territorio.

Lo sviluppo delle attività nel terziario e del turismo ha generalmente compensato l’indebolimento della presenza industriale nelle aree costiere e in quelle urbane, ad eccezione di quella di Sassari. Nel nord ovest dell’isola, nel Sulcis e nelle aree interne si è registrato invece un complessivo impoverimento della struttura produttiva. Fra gli elementi di un certo interesse sono degne di nota le basse percentuali di occupati nei settori manifatturieri e della tecnologia alta o medio-alta. 

Alla luce di queste dati che fotografano una situazione drammatica dell’apparato industriale sardo, come possiamo invertire questa tendenza che porta alla deindustrializzazione dell’isola?

 


a) Cambiare radicalmente il tessuto industriale: La rivoluzione verde

Con la zona franca integrale e la sua potenzialità di strumento straordinario di politica economica, è necessario introdurre argomenti di progetto e di proposta per una Sardegna con un sistema produttivo sostenibile. Tutto nella nostra isola dovrebbe parlare di biocompatibilità, intesa come impiego di materiali a basso impatto ambientale e di sostenibilità ecologica intesa come impiego di tecnologie rinnovabili, dalla produzione all'utilizzo.

Abbiamo già parlato nei punti di programma precedenti a questo (punti 8 e 9) di turismo e agroalimentare che devono poter poggiare su un ambiente incontaminato (del quale parleremo più avanti) e quindi da preservare con molta attenzione. Le considerazioni intorno all'ambiente naturale e costruito non appaiano fuori luogo nel capitolo dell'industria sostenibile. Il sistema produttivo industriale è, infatti, da rifondare totalmente, a partire da innovazione, ricerca e tecnologie moderne. L'industria futura in Sardegna dovrà essere compatibile con la fragilità ambientale cui i programmi del passato hanno inferto danni più che “sufficienti”.

Questo perché il terzo pilastro economico dell’isola, il settore industriale (al quale poi accomuneremo più tardi nel programma il settore edilizio), non può essere concepito in direzione opposta agli altri due (turismo e agroalimentare). Quella che deve essere la rivoluzione economica sarda non può prevedere un’industria chimica altamente inquinante vicino ad una fabbrica per la lavorazione di prodotti alimentari e/o un centro turistico.


Inoltre una focalizzazione radicale su industrie “verdi” sia nei prodotti sia nei metodi porterebbe nell’immaginario collettivo europeo a un’idealizzazione della nostra isola rendendola quindi un modello da copiare e non un esempio per una regione in via di sottosviluppo: Un’isola “verde” per la macchia mediterranea ma anche per un sistema integrato di sostenibilità ecologica.

È questo un percorso lungo che però non si accorcia se lo s’inizia dopo (anzi si allunga). Non solo ma questa possibilità da ultimi a diventare i primi in qualcosa di virtuoso rilanciando l’immagine della Sardegna e dando qualità al nostro “brand” generale è una grande opportunità, che dobbiamo concretizzare definendo dei traguardi oggettivi da raggiungere nell’arco di tempo prefissati. Ad esempio la raccolta differenziata nella totalità dell’isola, l’uso esclusivo di plastiche biodegradabili nell’ambito agroalimentare e della distribuzione (fino a quando raggiungiamo questo traguardo?), l’immatricolazione di un 50% di auto elettriche (chi fa in Sardegna più di 100 chilometri al giorno?) e la possibilità di ricarica nella metà dei rifornitori, l’avere tutti sistemi di pannelli solari per l’acqua calda etc.

Ci sono molte idee quantificabili, quindi nel tempo anche controllabili nella loro attuazione, da definire che cambierebbero il volto di quest’isola, utilizzando per una volta al positivo il fatto proprio di essere isola, e quindi un sistema chiuso, e cosi più facilmente modellabile.

 


b) Il modello del distretto industriale: A misura della nostra cultura

La definizione di distretto industriale dell'ISTAT ci dà modo di fare un ragionamento intorno al modello produttivo cui guardare con interesse: "I distretti industriali sono entità socio-territoriali in cui una comunità di persone e una popolazione d’imprese industriali s’integrano reciprocamente. Le imprese del distretto appartengono prevalentemente a uno stesso settore industriale, che ne costituisce quindi l'industria principale. Ogni impresa è specializzata in prodotti, parti di prodotto o fasi del processo di produzione tipico del distretto. Le imprese del distretto si caratterizzano per essere numerose e di modesta dimensione".

A partire dalle aree industriali adiacenti o funzionalmente collegate ai porti, alle aree di tutti i comparti di piccola industria già infrastrutturati, dove insediare le attività produttive trainanti, è necessario creare le condizioni perché si crei un indotto produttivo nelle zone più interne dell'Isola. Le industrie principali, selezionate attraverso un filtro che fra i requisiti irrinunciabili deve vedere la capacità di coinvolgimento di aziende minori per produzioni complementari e/o di nicchia, tali da generare una geografia di economie locali caratterizzate ciascuna da proprie specificità.

In alternativa ai grandi insediamenti proponiamo quindi per la Sardegna il modello del distretto industriale, il quale prevede che struttura produttiva e struttura sociale si compenetrino vicendevolmente. In termini operativi questo principio di compenetrazione può essere interpretato attraverso la presenza in un sistema locale di una struttura produttiva che si riflette in quella sociale, e viceversa, ad esempio nel senso che a un’industria (il cui tratto statistico più rilevante delle imprese che la costituiscono è la modesta dimensione) corrisponde una società locale (il cui tratto statistico più rilevante degli individui che la costituiscono è la presenza di piccoli imprenditori e lavoratori autonomi).

Serve una strategia politica capace di “progettare”, oltre che individuare i distretti industriali spontanei, che dovrebbe prevedere due fasi: Nella prima, analizzare la struttura socio-economica dei sistemi locali per stabilire, con un ragionevole grado di approssimazione, quali di essi possano essere considerati distretti industriali o quali di essi possano divenirlo in tempi assegnati. Nella seconda, la mappa dei distretti industriali risultante dalla prima fase, orienta la “ricerca sul campo” per giungere a una loro realizzazione, validabile e riconoscibile.

Tutto ciò deve essere svolto dalla Regione, che possiede una conoscenza diretta delle diverse realtà locali che costituiscono il territorio, le specificità culturali o i sensi di appartenenza, caratteristiche distrettuali che non si prestano a un’interpretazione quantitativa. Non vi è alcun dubbio infatti che l’affinamento della specializzazione produttiva (per individuare la gamma dei prodotti distrettuali, presenti e futuri) si deve accompagnare a un’indagine sulle specificità culturali, i sensi di appartenenza e così via. 
Lo scopo della ricerca sul campo, servirà a orientare il funzionamento di ogni singolo distretto per formulare politiche, per avviare azioni di monitoraggio e di valutazione degli effetti delle politiche intraprese sul processo di produzione socio-economica del distretto.

È una fase che è sempre stata auspicata fin da quando sono stati condotti i primi esercizi di riconoscimento statistico dei distretti Industriali, ma che nessuno ha finora svolto in modo sistematico, nemmeno le regioni che ne avrebbero avuto le possibilità, mosse dall’esigenza, se non altro, di formulare politiche industriali tagliate su misura per i loro distretti. Per questo proponiamo di sostituire alla fase di riconoscimento di situazioni consolidate una fase di “progetto”, d’ideazione del distretto senza che le produzioni vengano in alcun modo calate dall'alto, ma siano il frutto della vocazione delle società locali. 

La piccola e/o media dimensione delle imprese di nuova creazione permetterà quegli innesti d’innovazione necessari e la potenziale convivenza fra industria di produzione e residenzialità. Recuperare il modello di casa e lavoro è possibile. 

Per fare un esempio prendendo come base un’industria già conosciuta come quella del granito non basta oggi vendere i blocchi di granito grezzo, ma si deve progettare un indotto industriale (distretto) che possa incanalare tutto il valore aggiunto possibile in loco a partire dalle eccellenze artigianali (lavorati di granito di alta qualità) o più standardizzati e quindi industriali per uso edilizio (ornamenti e piani lavoro cucina, rivestimenti di edifici) fino ad arrivare all’uso del granito polverizzato per la produzione con macchine specializzate di lavabo per cucine e bagni, di alta qualità materiale e estetica. Andando poi avanti nel progetto si devono anche ricercare nuove fonti di guadagno sempre sulla base dello stesso prodotto con nuovi tipi di tecnologia. Sarebbe interessante vedere quali sono le potenzialità del granito nell’ambito delle tecnologie di stampa 3d.

 


c) L’industria pesante: Per noi solo materia prima

L'industria pesante, la grande chimica e le attività che hanno caratterizzato gli anni dell'infrastrutturazione sarda non sono più possibili. Queste industrie, in futuro, dovremmo guardarle come risorse da importare da altri paesi, in cui hanno una logica perché possono approfittare di prezzi energetici bassi, per la non esistenza in quei paesi di leggi sul lavoro e sulla sicurezza e perché questi paesi accettano forme di inquinamento e danni alla salute dei loro operai che noi non avremmo mai dovuto accettare e in futuro non dovremo permettere. 

Insomma la grande industria del passato deve essere vista come una fonte di materie prime, alla stregua di un giacimento minerario estero. La crisi di questi anni, in cui la deindustrializzazione è causa di molti dei nostri problemi attuali, è da considerare come una grande opportunità. A partire dalle condizioni attuali la nuova industrializzazione deve essere ancora pensata, certamente a partire da logiche dimensionali e di compatibilità ambientale molto diverse da quelle precedenti. Qualcuno dovrà pur cominciare ad affermare che industrie come quella del carbone e dell'alluminio in Sardegna non hanno più alcuna ragione di esistere.

 


d) Facilitare l’imprenditore

Partendo dal DAPEF 2013 della RAS “L’analisi economica e sociale evidenzia in Sardegna, come e più che in Italia, due ambiti primari di debolezza strategica rispetto ai quali è necessario intensificare le politiche d’intervento con particolare riferimento al prossimo ciclo della programmazione 2014-2020: Quello dell’istruzione e qualificazione delle risorse umane e quello della scarsa facilità di fare impresa e conseguentemente di creare lavoro” e sono elencati gli elementi di maggiore criticità attuale “facilità di avvio dell’impresa, ottenimento dei permessi edilizi, fornitura elettrica, trasferimento di proprietà immobiliare, accesso al credito, protezione degli investitori, pagamento delle imposte, facilità d’import-export, risoluzione di dispute commerciali, risoluzione delle insolvenze”. A queste aggiungiamo noi l’insufficiente presenza della banda larga. 

Molti di questi problemi sono stati indicati anche nei punti precedenti in questo stesso programma cosi come sono state fatte proposte per risolverli. Anche qui però si deve rimarcare che non è l’imprenditore che si dovrebbe fare carico di queste cose ma l’amministrazione della Regione Sardegna non creandole o risolvendole per l’imprenditore. In molte altre realtà economiche europee, ma anche in Australia, Nuova Zelanda, e ovviamente negli Stati Uniti l’imprenditore è accolto da dei tecnici specializzati per l’insediamento di nuove aziende che non regalano “fondi a perdere” (che non servono, visto che l’impresa deve rendere sulla base di un calcolo finanziario oggettivo) ma consulenza per eliminare eventuali barriere burocratiche, aiutare ad avere i permessi, gli indirizzi e i nominativi degli specialisti etc., lasciando quindi che l’imprenditore si concentri sulla sua attività specifica.

 


e) La Silicon Valley d’Europa?

La qualità ambientale e la condizione d’insularità potrebbe essere il maggior elemento attrattore, insieme alla capacità di disegnare un progetto politico intelligente, delle migliori risorse umane del pianeta. Ciascuno di noi si metta nella condizione di dover scegliere di lavorare fra Cagliari e Pula, Fra Olbia e San Pantaleo, fra Nuoro e Cala Gonone, fra Oristano e la marina di Bosa , fra Sassari e Alghero oppure in Cina, India, ad Amburgo, a Milano per non parlare di Dortmund o Monaco di Baviera.

In un clima ottimale, con delle tasse basse e delle scuole internazionali a disposizione, molti centri per le attività sportive e di svago ma anche con infrastrutture logistiche moderne non ci sono dei motivi particolari perché Google abbia la centrale a Dublino e non a Cagliari, perché un laboratorio per una ricerca biotecnologica sia a Basilea e non a Olbia. È ovvio che un’offerta lavorativa in un ambiente come questo deve essere supportata da una apertura culturale della Sardegna al mondo.

 


e) Pensare alle tecnologie del futuro non a quelle del presente

Nel mondo ci sono centinaia di piccole aziende specializzate a “fiutare” quali siano le tecnologie base per i prossimi decenni, per poi consigliare le grandi ditte internazionali nelle scelte strategiche di investimento per la ricerca. Ognuno cerca ovviamente di anticipare il punto di trasformazione di una tecnologia da ricerca di base (quasi sempre finanziata dallo stato o da fondazioni di mecenati) senza quindi una diretta valenza economica in una tecnologia applicabile per creare un vantaggio competitivo, sia perché si possono creare nuovi prodotti sia perché si possono costruire gli stessi a prezzi più bassi.

Tra i molti nuovi “trends” tecnologici un piano industriale sardo dovrebbe saper scegliere quelli più consoni alle prerogative dell’isola, sia da un punto di vista formativo sia ambientale ma anche prettamente strategico perché può formare con gli altri settori un valore aggiunto.

I settori delle tecnologie del futuro sono per molti istituti di ricerca: lo stampo 3d, le tecnologie clouds per internet, l’automazione nelle “banche del sapere”, la robotica avanzata, gli elementi di controllo elettronico per autoveicoli, il prossimo livello di studi di genomica, la biotecnologia, le energie rinnovabili di seconda generazione, tecnologie per accumulatori di energia e il trasporto della stessa, materiali moderni, medicina, e anche (purtroppo) le nuove tecnologie di trivellazione e estrazione.

Per ragione di compatibilità e quindi reciproco vantaggio tra i vari settori della nuova economia della Sardegna (Turismo, Agroalimentare, Industria) ma anche perché in certi settori come quello dell’informatica sarebbe molto difficile costruire quella base formativa e numericamente forte per generare innovazione (cosi come per la robotica avanzata) si dovrebbe a mio avviso investire in queste tecnologie:

Stampo 3d - In un normale ciclo di produzione, si passa dalla progettazione alla fase di modellazione e creazione, anche manuale, del prototipo. A questa fase segue la progettazione dell'industria, dello spazio fisico produttivo che include contenitore e macchine, spesso da progettare separatamente. Infine c’è la capacità produttiva vera e propria. Tempi lunghi, problemi connessi con la fase di avvio e dinamiche di mercato aggiungono spesso complicazioni ulteriori che richiedono la moltiplicazione di tutti gli sforzi. Limitatamente ad alcune produzioni si affacciano oggi delle interessanti tecnologie cui guardare con interesse. Con le tecnologie 3D-print la produzione è spesso risolta nella stessa fase della progettazione dove l'ausilio di stampanti permette oggi la produzione di sofisticati elementi di ingegneria biomedicale oppure nella realizzazione di valvole di controllo dei flussi idrici nei comuni impianti domestici. Si tratta di passare da Microsoft Office a Solid Works. Siccome queste tecnologie saranno un cambiamento di paradigma di certi sistemi produttivi, in quei settori si riparte da zero facilitando l’entrata di nuovi soggetti produttivi come potremo insediare in Sardegna.

Materiali avanzati - Nell'ambito delle produzioni industriali, rivestono grande importanza i materiali per le costruzioni. Oltre la storica tradizione mineraria sarda, alla fine degli anni novanta la Sardegna produceva circa il 50% dei cosiddetti minerali industriali come bentoniti, caolino, feldspati etc.. alla base delle produzioni ceramiche, anche se molto curiosamente la Sardegna non ha mai avuto un suo distretto della ceramica. L'argomento non è estraneo al programma d’industria sostenibile. Ci sono molte ragioni per costruire naturalmente, e ovviamente tantissime altre per concentrarci sul concretizzare la risposta a molte di queste ragioni: Tutti i materiali utilizzati negli edifici moderni di tutto il mondo vengono da processi in cui l'uso dell'energia è intenso. Più dell'80% dell'energia proviene da combustibili fossili, non rinnovabili e associati al riscaldamento globale, che provocano deterioramento della cappa di ozono e che causano forte inquinamento. Con l’insediamento di centri di ricerca sui materiali si aprirebbe anche la possibilità di fabbriche per la produzione degli stessi. Parliamo di cementi trasparenti, di vetri che in estate rinfrescano e in inverno riscaldano, plastiche biodegradabili di alta qualità anche per l’isolamento edilizio etc.

Energie Alternative - La produzione del cemento è uno dei processi manufatturieri industriali a maggior consumo energetico, con più dell'8% del totale delle emissioni delle attività umane. Sono anche fra le principali fonti d’inquinamento per l'uso di combustibili da rifiuti. Se però noi abbiniamo la produzione di cemento con quella di alghe per la produzione di olio vegetale per carburanti, queste microalghe si mangiano tutta la produzione di Co2 dello stabilimento di cemento e “raccolte e pressate” danno una quantità enorme di olio vegetale trasformabile in diesel sintetico (migliore di quello naturale). Cosi come ci sono processi per trasformare a bassa temperatura materiale organico (rifiuti) in syndiesel o i prodotti di piante (semi di tabacco, ricino, Jatropha, cardo) in olio trasformabile in carburante o biomassa vegetale. Le energie alternative non possono oggi limitarsi a eolico o fotovoltaico, i cui pannelli oggi hanno inoltre un rendimento molto limitato (efficienza di trasformazione del calore in elettricità), dobbiamo investire anche in questo settore nelle tecnologie del futuro e non in quelle del passato.

Accomulatori di energia – Un settore tecnologico molto importante per i prossimi 30 anni sarà quello della ricerca di soluzioni economiche per l’accumulo di energia proveniente da fonti rinnovabili per poi immetterle nella rete quando ce ne è bisogno. 

Medicina - Soprattutto nell’ambito di forme di terapia moderna potremmo creare una simbiosi con una sanità da “esportazione interna” come potrebbe essere (per assurdo, visto le condizioni attuali) quella sarda usando le strutture di ricezione turistica sarebbe di grande attrazione economica, sempre se si è in grado di definire aree di cura dove poter essere punto di eccellenza a livello europeo.

Biotecnologia - Soprattutto nel settore di biotecnologia di processo: bioreattori, fermentazione, processi biotecnologici produttivi, estrazione metalli con batteri, biocatalizzatori nella fabbricazione della carta, biodesulfurazione, decontaminazione del suolo e biofiltrazione (e di terreni da bonificare ne abbiamo tanti), dato che questo settore è molto importante in collaborazione con quello per le energie alternative. Anche in questo settore si dovrebbe ricercare per l’ottimizzazione dei processi produttivi biologici nel campo agroalimentare, che è di importanza vitale per la Sardegna.

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