Strumenti per favorire i consumi di prodotti sardi

Se come usa dire il Prof. Paolo Savona, l’Italia è una pentola bucata, la Sardegna allora è una pentola più piccola ma con dei buchi più grandi. Se con la Zona Franca o altre leve di sviluppo economico riusciremo con un lavoro immane a rimettere l’acqua nella pentola, se non si tappano i buchi, tutto questo diventa un lavoro di Sisifo.

La mancanza di una discriminazione positiva (come può essere un vantaggio fiscale per le aziende sarde) comporta che ogni produzione locale deve partecipare al mercato internazionale con uno svantaggio derivante dall’insularità per i prezzi e i tempi dei trasporti che va dal 20% al 30% sul costo base del prodotto.

Addirittura anche a riguardo del mercato locale le aziende sarde sono molto svantaggiate nei confronti della concorrenza continentale. Quando una multinazionale della pasta che produce in Emilia calcola sulla base del costo di fabbricazione il prezzo per la vendita, il costo dei trasporti è spalmato su tutte le merci che escono da quella fabbrica. Il trasporto della merce in Sardegna non influisce quindi sul costo specifico di quella pasta venduta sull’isola. Dato però l’impossibilità del produttore sardo a fare massa critica (fattibile solo tramite volume) perché il mercato locale è piccolo (1.6 milioni di abitanti) e sul mercato globale il produttore sardo non può competere (come argomentato sopra), questo stesso produttore è battuto sul prezzo da quello emiliano anche sul mercato locale perché per una questione di volumi la merce emiliana è prodotta a costi minori (economy of scale).

Tralasciando anche le difficoltà imprenditoriali indigene che sono non indifferenti e si devono superare con altri strumenti (mancanza di un credito bancario adeguato, avversione a unire le forze in cooperative o altre forme di rafforzamento della dimensione produttiva e l’impreparazione imprenditoriale sui metodi per affrontare la globalizzazione economica) è palese che il tessuto produttivo sardo debba essere protetto (quel poco che resta) e ricostruito.

Se il consumatore tedesco consuma per il 90% prodotto agroalimentare tedesco (senza qualsiasi forma protezionistica per la produzione interna), mentre quello sardo solo per il 20% prodotti agroalimentari locali, non può essere solo per una forma di lealtà nei confronti della propria terra. Le ragioni di questa differenza sono che mentre la produzione locale tedesca è competitiva quella sarda è altamente fuori mercato, per motivi che gli imprenditori sardi non possono influenzare (concorrenza sleale).

Dobbiamo quindi, zona franca a parte, proporre varie iniziative per ricreare quel tessuto produttivo isolano che di conseguenza crea occupazione. Tappando cosi almeno un buco molto grande della pentola. Come?: 


a) Moneta complementare regionale

Con una moneta complementare (il modello originale è il WIR svizzero del 1934 ma oggi per noi molto importante, perché nell’Unione Europea, è il RES belga) si crea un’associazione di commercianti che per essere certificati devono avere una base consistente (negli anni questa deve poter crescere con lo svilupparsi della produzione locale) di prodotti fatti in Sardegna. La Regione paga parte dei salari o di altre forme di sussidio in questa moneta. Il consumatore, poiché questa moneta non conosce interessi, è motivato a spenderla e la spende nei negozi certificati comprando prodotti sardi. Per i produttori delle merci è possibile convertire questa moneta complementare in Euro per comprare quelle materie prime che sono indispensabili per il loro processo produttivo. Il tutto è amministrato da una banca specializzata.

 


b) Sistemi e metodi di economia di baratto

Un esempio pratico in Sardegna esiste già e si chiama Sardex (vedi suwww.sardex.net/come-funziona/). È un metodo molto interessante per bypassare la mancanza di liquidità delle aziende, creando un circuito virtuale del baratto a base di crediti. Ovviamente la cosa funziona sempre meglio più la rete delle aziende che partecipano, si allarga e quindi le possibilità di “scambio” diventano maggiori. Questo sistema (nato ovviamente da una deficienza di credito), è studiato e probabilmente sarà replicato o copiato in altre regioni di Europa (copiare le cose vantaggiose non è reato, è solo intelligente!). Gli ideatori del Sardex (giovani sardi) hanno preso spunto dal WIR andando anche a Basilea a informarsi, ma hanno creato un sistema diverso (baratto sulla base del credito focalizzandosi sulle aziende) e che può considerarsi complementare con la moneta regionale citata sopra.


c) Educazione all’amare i prodotti sardi

Partendo dalle mense dell’asilo e dai progetti educativi alle scuole elementari è necessario riscoprire i sapori dei propri prodotti agroalimentari e le qualità di quelli artigianali. I nostri figli devono crescere con la consapevolezza di appartenere a una cultura che consuma quello che produce in maniera sostenibile. Ed esserne fieri.

 


d) Marchio di qualità “made in sardinia”

La creazione di un marchio di qualità (brand) per i prodotti sardi è importante per l’identificazione sia all’interno dell’isola per far capire a ogni consumatore che comprando quel prodotto sceglie il rafforzamento della sua economia e del suo posto di lavoro, sia all’estero per collocarci in quel mercato di nicchia che dando maggiore qualità al consumatore offre al produttore un margine di guadagno più favorevole. Non è auspicabile per uno sviluppo sostenibile e dignitoso anche a livello occupazionale dell’economia sarda rincorrere modelli di produzione di massa asiatici (commodities economy).

 


e) Integrazione orizzontale

Non è accettabile che solo poco più del 20% degli appalti e dei bandi regionali siano vinti da aziende sarde. Mentre in seguito queste stesse aziende devono, per coprire i costi fissi, offrire i propri servizi in subappalto a prezzi "stracciati" alle aziende del continente. Uno sviluppo normale di queste entità produttive è reso molto difficile se non impossibile.

È necessario favorire in maniera forte l’integrazione orizzontale di tipo organico (fusioni) o consorziale (collaborazione a tempo) per rafforzare la competitività delle aziende locali almeno sul mercato regionale.

Inoltre è auspicabile definire un tariffario standardizzato per vari servizi come esiste in altre realtà economiche in Europa per evitare la concorrenza al ribasso fino a perdere in potere d’acquisto delle forze lavorative, nellla capacità delle aziende di guadagnare per quindi investire in macchinari e aumentare così la loro competitività, e nella possibilità di ricevere un prodotto o servizio di qualità.

 


f) Integrazione verticale

Economie con tanti mediatori tra produzione e vendita sono poco efficienti. Integrando verticalmente il processo di produzione con garanzie di qualità, quantità e stabilità dei prezzi, è possibile essere più competitivi sui mercati (prezzo più basso) o mantenendo questo invariato far crescere tutto il margine di guadagno in maniera trasparente per l’indotto produttivo. Se a guadagnare sono gli attori principali dell’economia questa diventa sempre più sana e solida e resiste meglio anche in tempi di crisi.

 


g) Approvvigionamento agroalimentare ed energetico

Specialmente per un’isola è assolutamente fondamentale essere nelle condizioni che anche in una situazione di emergenza (crisi economica o fallimento nazionale, guerra) la popolazione abbia la possibilità di non patire la fame.

Per questo motivo la Regione deve assicurare a medio termine l’approvvigionamento sia nel campo alimentare sia in quello energetico per tutta la popolazione. Questa norma deve diventare costituzionale come lo è in altri paesi favorendo ancora maggiormente la produzione locale fino a quei contingenti quantitativi (con controlli d’Import ed Export) che sono definiti minimi per assicurare la sopravvivenza del popolo sardo. Questa iniziativa dovrebbe essere logica e già intrapresa da molti anni da dei politici che vogliono rappresentare e difendere la loro gente.

 


i) Mercati di paese

Sia da un punto di vista d’intensificazione del sentimento d’essere comunità, ma anche per una questione economica, i mercati di paese con prodotti di filiera a kilometro zero, dovrebbero essere promossi limitando a un minimo (per le spese di pulizia) i costi per i venditori (sempre e solo di prodotti locali). 

Anche con questi strumenti si possono combattere le grandi distribuzioni internazionali che ci coprono di prodotti con un bilancio ecologico pessimo (vengono da lontano), una qualità discutibile e prezzi bassi per via di una concorrenza sleale, comprando i quali noi mettiamo a rischio (consumando male) i nostri posti di lavoro.

 


l) “Bonus Offers” per turisti 

Tramite dei pacchetti di agevolazioni ad esempio per i trasporti per venire in ferie in Sardegna, invece di dare una controparte in denaro, sarebbe meglio darlo in forma di moneta complementare o altre soluzioni simili per acquistare prodotti sardi nei negozi certificati, cosi da usare anche i turisti (esportazione interna) per incrementare la nostra forza consumo.

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