Verso una rinascita Agroalimentare

La globalizzazione è stata per gli agricoltori sardi un colpo a cuore: Gli altri produttori vendono sui mercati isolani approfittando di una produzione a basso costo (in pianura, meccanizzata e “chimicamente” più produttiva) oppure di una localizzata nel nord dell’Africa (con operatori con salari da semischiavitù) mentre la produzione locale (poco meccanizzata e talvolta involontariamente “biologica”) è automaticamente più costosa, spesso sul mercato regionale, in pratica sempre su quello globale. I pomodori sardi, sul banco della verdura in Europa costano quasi il doppio di quelli che arrivano dalle serre marocchine. Le differenze qualitative, purtroppo, non sono sempre chiare al consumatore.

Tutto questo anche perché nella Comunità Europea non si riesce a capire che il settore agroalimentare (includendo quindi la pastorizia e l’allevamento) vuol dire cibo e quindi salute e vita. Trattare la vita come se fosse un prodotto (un’automobile) non è certo un traguardo culturale di cui andare fieri. È assurdo che il mestiere più nobile, quello dell’agricoltore che ci “tiene in vita”, non ha prospettive di guadagno dignitose, mentre “l’ultimo” degli speculatori, nelle stanze della City di Londra vive in pompa magna. 

Eppure non è solo colpa della globalizzazione, anzi! Molti dei problemi del settore agroalimentare sardo sono fatti in casa, cosi com’è facilmente dimostrabile applicando i principi già noti del benchmarking. Per trovare un modello di comparazione non dobbiamo andare lontano, poiché la Sicilia ha in pratica la stessa disponibilità di terreni e appartiene alla stessa fascia climatica.

Alcuni dati: La Sicilia è un’isola con una superficie agricola utilizzabile (SAU) di ca. 1,4 milioni di ettari pari al 54% della superficie totale e ha precipitazioni di pioggia tra i 500 e i 650 mm. L’isola crea prodotti agroalimentari nel 2010 per un valore di quasi 4 miliardi di Euro occupando 130'000 unità lavorative. Nel 2009 in questo settore sono stati investiti 526 milioni di Euro.

Alcuni dati: La Sardegna è un’isola con una superficie agricola utilizzabile (SAU) di ca. 1,5 milioni di ettari pari al 64% della superficie totale e ha precipitazioni di pioggia tra i 550e i 1200 mm. L’isola crea prodotti agroalimentari nel 2010 per un valore di 1.6 miliardi di Euro occupando 30'000 unità lavorative. Nel 2009 in questo settore sono stati investiti 218 milioni di Euro.

Pur avendo più terreni agricoli e più acqua la Sardegna produce in termini di valore commerciale meno della metà della Sicilia. La produzione agroalimentare sarda è più bassa di quella delle regioni Campania e Puglia, ma anche della regione Calabria, che ha 10 mila km2 di terreno in meno e una planimetria che è poco favorevole a questo settore. È necessario un cambiamento radicale. Come?:

 


a) Autarchia alimentare

Molti terreni sardi non sono utilizzati (si parla di 250'000 ettari completamente incolti) o adibiti a pascolo. L’80% della superficie agricola utilizzabile è una foraggiera permanente, altri 8% sono erbai e prati avvicendati. Solo il restante 12% dei terreni agricoli sono usati per prodotti prettamente agrari (cereali e legumi, patate, olive, frutta e viti). I volumi prodotti in caso di crisi e quindi d’impossibilità di scambio commerciale con il continente non basterebbero a sfamare la popolazione. 

Nel lontano 1938 con il “piano Wahlen”, il governo svizzero dopo le esperienze molto negative della depressione economica agli inizi degli anni 30, obbligò i proprietari ad arare ogni campo coltivabile per assicurare “l’autarchia alimentare”. Nonostante la chiusura delle frontiere, durante la seconda guerra mondiale, nessun elvetico ha patito la fame. Nel 1951 il principio dell’approvvigionamento del Paese tramite la produzione agricola diventò legge costituzionale. L’articolo 104 della costituzione svizzera: “La Confederazione provvede affinché l’agricoltura, tramite una produzione ecologicamente sostenibile e orientata verso il mercato, contribuisca efficacemente a 1) garantire l’approvvigionamento della popolazione 2) salvaguardare le basi vitali naturali e il paesaggio rurale 3) garantire un’occupazione decentrata del territorio”. Un articolo da copiare nello Statuto della Regione Sarda.

Definendo contingenti di produzione e orientando la stessa al mercato, la Sardegna dovrebbe poter garantire un minimo di approvvigionamento che fungerebbe anche da base produttiva di partenza per le aziende agroalimentari locali per la loro presenza su mercati non regionali e (come detto in un altro punto del programma) indurrebbe a garantire il consumo di prodotti locali, iniziando il circolo virtuoso economico spesso citato. Inoltre bisogna premiare le imprese e gli enti pubblici che assicurino cibi freschi a km zero per tutti i tipi di mense (scolastiche, ospedaliere, aziendali).

 


b) Aggregarsi per difendere gli interessi comuni

Sul mercato sardo vige il detto romano “dividit et imperat”. La frammentazione sia verticale (filiera alimentare) sia orizzontale (dimensioni delle aziende) è un terreno molto fertile per tutti quelli che vogliono speculare. Basta mettersi d’accordo tra pochi mediatori e aspettare alcuni giorni ritardando le trattative che gli agnelli ingrassano e il loro prezzo scende, facendo “ingrassare” poi chi non lavora sulla terra e con la terra, ma solo col telefono comprando da una parte e vendendo dall’altra.

La formazione di consorzi per svolgere aste agroalimentari sia per contrattare i prezzi migliori dei “materiali di produzione” (mangimi, concimi, macchinari etc.), sia per quelli di vendita, è fondamentale, cosi come attivare forme d’integrazione di filiera eliminando completamente i mediatori. 

 


c) Diversificare l’offerta

La Sardegna ha importato, nel settore agroalimentare primario, prodotti per 114 milioni di Euro, esportandone nello stesso periodo (2010) per 4.6 milioni di Euro. Assurdità come ’importazione di ortaggi freschi, frutta e agrumi o addirittura animali vivi, olio di oliva e prodotti della silvicoltura sono inspiegabili. La nostra bilancia commerciale import-export in questo settore, che dovrebbe vederci tra gli esportatori in attivo, è invece in passivo. Importiamo merci per un valore doppio di quello che esportiamo. La Sicilia invece, nel settore agroalimentare primario esporta il doppio di quello che importa. Solo per quanto riguarda cereali, legumi, ortaggi, agrumi e frutta la Sicilia esporta per un valore di 450 milioni di Euro, la Sardegna per 1.2 milioni di Euro!

Inoltre siamo completamente dipendenti da pochi prodotti, il 60% delle esportazioni sarde sono formaggi, seguono i vini con il 15%, determinando cosi una debolezza strutturale enorme, cosi come siamo anche dipendenti da un punto di vista geografico, poiché il 62% delle esportazioni sono dirette negli Stati Uniti e in Canada, altre 15% in Germania e Svizzera. In Sicilia l’esportazione è bilanciata, il paese che importa maggiormente prodotti siciliani (Francia) non raggiunge il 20% dell’export siciliano totale. 

Questi dati sono indici di una politica sarda completamente fallimentare e che non ha fatto nulla per combattere le monoculture produttive come quelle ad esempio del pecorino romano DOP. È quindi necessaria una politica che favorisca la diversificazione sia della produzione, sia dell’export.

 


d) Focus sul mercato e non sul prodotto

L’industria agroalimentare sarda è concentrata più sul prodotto che non sul mercato. Questo ovviamente porta prima o dopo a trovarsi fuori dal mercato stesso. Ad esempio i formaggi molto salati sono nell’Europa del Nord in pratica invendibili, per una questione che i prodotti troppo salati hanno la nomea di non essere salutari (ipertensione arterica). 

Mentre il consumo di formaggi freschi è cresciuto, soprattutto quello di formaggi freschi di pecora e capra, poiché quel tipo di latte è considerato di nuovo più salutare. Inoltre sono questi i formaggi che hanno un alto margine di guadagno. Anche nei paesi del Nord europeo e americano l’uso del formaggio per l’insalata (mozzarella, feta e grana) è in grande aumento. Questo tipo di consumo è di frequenza molto maggiore di quello del formaggio stagionato dopo pasto e ha quindi delle basi quantitative di richiesta molto interessanti. È inconcepibile ad esempio che la Sardegna non abbia posto un prodotto sardo in concorrenza diretta alla feta greca, vista anche le esperienze nel settore specifico e i molti prodotti simili esistenti, ma sempre troppo salati per l’uso in insalata. 

Il mercato agroalimentare sardo deve essere supportato centralmente da ricercatori dei mercati internazionali che studiano le tendenze delle variazioni dei consumi e consigliano le ditte del settore in quale direzione produttiva poter andare. Si potrebbero creare partenariati tra il pubblico e il privato con “stanze di compensazione” che governino le produzioni nell’inserimento di nuovi prodotti in mercati esistenti e in quelli nascenti. In altre nazioni questi partenariati (incubators) sono tra investitori privati (venture capital) e nuovi imprenditori. L’innovazione non è venir meno alle tradizioni, ma assicurare il benessere ai propri figli, perché le possano ancora vivere in futuro. 

 


e) Strategia di nicchia e qualità

Tralasciando le monoculture con grandi quantità quando queste sono economicamente proibitive per i costi della produzione in Sardegna (come detto sopra) è necessario concentrarsi sulle produzioni di nicchia, questo in tutti i settori agroalimentari, ma sempre conoscendo il mercato e come questo si trasforma.
Una di queste tendenze è la riscoperta dei sapori tradizionali o addirittura arcaici. Con il recupero delle tecnologie tradizionali si potrebbe “vendere” non solo il prodotto, ma il metodo della sua produzione, ovviamente con un’adeguata azione di marketing. Questo però deve comportare la collaborazione degli enti dei controlli, assicurando il taglio radicale della burocrazia, che incide in maniera spropositata nel contesto lavorativo delle piccole aziende.

Come descritto sul punto del programma dedicato alla pubblica amministrazione, dobbiamo creare lo sportello unico per le aziende. Se si tornasse ad esempio all’agenzia unica con l’istituzione dell’organismo pagatore, tutti gli altri assunti potrebbero creare una rete di assistenza, dove il dipendente pubblico diverrebbe il referente unico per un certo numero di aziende simili, per le domande PSR, l’assistenza tecnica, la predisposizione dei documenti inerenti alla gestione del fascicolo aziendale e l’attività di patronato.

 


f) Definire un marchio forte

Dobbiamo favorire il riconoscimento di produzioni di qualità certificata biologica per migliorare la capacità commerciale dei prodotti agricoli e zootecnici primari. Questo deve essere fatto con un marchio (brand) facilmente interpretabile e che divenga col tempo un simbolo di qualità e identità sarda.

Per attuare questa iniziativa agricoltori e allevatori devono sapere poche ma ferree regole con le quali si definisce in Sardegna la produzione biologica. Queste norme devono essere anche più restrittive di quelle europee. Dopo la comunicazione delle norme è possibile per i produttori autocertificarsi. In caso di controlli campione e di riscontro di frodi, l’azienda chiude subito. E le multe devono andare a favore di tutta la comunità dei produttori agroalimentari che è stata danneggiata.

È necessario peraltro che questo marchio non solo attesti un processo produttivo biologico ma garantisca anche che tutta la produzione sia sarda. Non è ammissibile che il formaggio sia venduto come sardo, ma il latte alla base del formaggio stesso sia importato dalla Romania.

 


g) Ricerca e Marketing

Le palesi lacune di conoscenza del mercato globale, cosi come quelle di tecnologie agrarie non possono essere colmante in ogni azienda, perché le aziende stesse sono al momento ancora molto piccole e questa loro caratteristica non potrà cambiare in tempi rapidi. Quindi è essenziale concentrare le migliori eccellenze di tipo agroalimentare in centri di ricerca decentrati sul territorio ma integrati per quanto riguarda i campi di studio.

Allo stesso tempo è necessario costruire una piattaforma di marketing per favorire la conquista di nuovi mercati presentando le varietà dei prodotti sardi in maniera professionale concentrandosi sulla comunicazione emotiva che fonda sull’originalità e unicità della cultura e del popolo sardo.

Questi centri devono essere scuole di formazione continua, cosi come per essere riconosciute parte integrante del settore, le aziende devono partecipare allo sviluppo del sapere nel loro territorio, creando dei centri di eccellenza (best practice). Questo scambio porta sempre a un abbassamento dei costi e a un aumento della produzione e della qualità.

 


h) Unire la protezione dell’ambiente e il lavoro in campagna

Nel 1995 la confederazione elvetica ha varato una riforma agraria che ha cambiato completamente la visione di come gestire il settore agroalimentare: Invece che promuovere ancora la sovrapproduzione pagando prezzi fissi (una mucca svizzera rende oggi 25 Kg di latte al giorno fino ad arrivare a 35kg dopo il terzo vitello) causando oltre a sovvenzioni sempre più costose, anche problemi ecologici notevoli, oggisi pagano i contadini in parte ragguardevole per la loro funzione eco-ambientale.

Norme legislative che vanno in questa direzione (pagamenti diretti, rivoluzione ecologica con filiera corta, biodiversità etc.) sono in discussione anche a Bruxelles. Ovviamente hanno scarse probabilità di essere applicate, dato che anche in Italia ci sono forti “lobbies” che rappresentano i poteri economici delle grandi aree di agricoltura intensiva e monoculturale (pianura padana) alle quali poco importa che i contadini e i pastori sardi hanno ecologicamente il più alto livello qualitativo in Europa e avrebbero pienamente diritto a un pagamento diretto e adeguato. 

Togliendo la metà delle sovvenzioni per favorire un’agricoltura europea oggi votata solamente alla sovrapproduzione e quindi a prodotti qualitativamente sempre più mediocri, si agirebbe a favore di aree “di bassa intensità produttiva ma orientata a una produzione di qualità e a basso impatto ecologico” (la fotografia della Sardegna!). Ma l’Europa dietro a Francia, Italia, Germania e Olanda non ha nessun interesse a riconoscere queste prerogative sarde e a cambiare la rotta della loro politica agricola fallimentare.

Invece la Svizzera scrive nella legge che lo Stato Federale: “1) completa il reddito contadino con pagamenti diretti al fine di remunerare in modo equo le prestazioni fornite, a condizione che sia fornita la prova che, le esigenze ecologiche sono rispettate 2) promuove mediante incentivi economicamente redditizi le forme di produzione particolarmente in sintonia con la natura e rispettose dell’ambiente e degli animali 3) emana prescrizioni concernenti la dichiarazione relativa alla provenienza, la qualità, i metodi di produzione e i procedimenti di trasformazione delle derrate alimentari 4) protegge l’ambiente dai danni dovuti all’utilizzazione eccessiva di fertilizzanti, prodotti chimici e altre sostanze ausiliarie”. Il tutto “a complemento delle misure di solidarietà che si possono ragionevolmente esigere dal settore agricolo e derogando se necessario al principio della libertà economica”.

La trasformazione parziale di pastori e agricoltori in assistenti ecologici è una cosa ambiziosa ma necessaria se vogliamo evitare lo spopolamento, assicurando al popolo delle campagne e delle montagne un reddito dignitoso in cambio di un lavoro per “tenere a posto” il territorio, evitando l’abbandono e limitando gli incendi riscoprendo e intensificando quella simbiosi senza mediatori che esisteva tra città e campagna, base importante della nostra cultura, persa tra gli scaffali anonimi della grande distribuzione internazionale.

 


i) Investire

Se crediamo nella rinascita del settore agroalimentare, dobbiamo investire. Anche la zona franca deve aiutare in questo senso offrendo nuove opportunità per investitori sardi o stranieri. Da parte della Regione sono da creare infrastrutture energetiche, stradali e irrigue adeguate per colmare l’attuale deficit. E deve essere facilitato l’accesso al credito, che in questi anni è una fonte prosciugatasi. L’esistenza di casse rurali specializzate nel credito agricolo è da ripristinare, così come deve essere facilitato anche l’accesso diretto alle energie rinnovabili con interventi a fondo perduto che permettano di attuare la qualità e la sanità alimentare con l’utilizzo delle tecnologie del condizionamento e della conservazione dei prodotti primari, prima della trasformazione.

Grandi investimenti e questi solamente privati sono invece necessari per aumentare il valore aggiunto (added value) nella trasformazione dei prodotti primari in prodotti alimentari. Questo settore in Sardegna è in caduta libera, indicando una tendenza alla desertificazione industriale. Mentre in questo settore la Sicilia produce stabilmente per 2.8 miliardi di Euro, la Sardegna decresce a 0.92 miliardi di Euro con un salto indietro tra il 2009 e il 2010 di quasi il 6%. Anche negli ultimi 2 anni la situazione in questo settore non è migliorata.

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